C'ho solo vent’anni e già chiedo perdono per gli sbagli che ho commesso. Nel 1819 il 22enne Gaetano Donizetti avrebbe potuto usare senza problemi questa strofa dei Måneskin per spiegare le pecche della sua quarta fatica da operista, “Pietro il Grande, o sia Il falegname di Livonia”. Questo melodramma burlesco in due atti aprì niente meno che la stagione di carnevale del Teatro alla Scala (26 dicembre 1819), ma il fatto che sia stata dimenticata per quasi 200 anni e che ci sia una chiara emulazione (per qualcuno una scopiazzatura vera e propria) della musica di Gioachino Rossini non hanno contribuito a migliorarne la reputazione. Come se non bastasse, otto mesi prima era andato in scena un altro Falegname di Livonia, quello con cui Giovanni Pacini aveva trionfato sempre alla Scala (47 rappresentazioni e ben 40 repliche), con un librettista di prim’ordine come Felice Romani.
Quello del titolo è un dettaglio non da poco, tanto è vero che nel caso di Donizetti si optò per un improbabile “Pietro il Grande Kzar delle Russie” per evitare qualsiasi confusione con lo stesso Pacini. Il grande studioso donizettiano William Ashbrook non ha usato mezzi termini per descrivere questo lavoro giovanile del bergamasco: Il falegname di Livonia è una travagliata miscela di ingenuità e di male assimilati ingredienti del linguaggio rossiniano; tuttavia, essendo drammaticamente più forte di Enrico (di Borgogna nda), suscitò sufficiente interesse per sopravvivere per una mezza dozzina di ulteriori rappresentazioni. Sembra un giudizio fin troppo tranciante, ma bisogna tenere conto che l’argomento non era affatto nuovo al pubblico dei teatri d’opera.
Quello dello zar Pietro il Grande che viaggiò in Europa in incognito e lavorando come manovale in un cantiere navale è forse l’episodio più famoso della vita dello stesso Pietro e ha fatto la fortuna di tanti compositori. In particolare ispirò Meyerbeer (L’étoile du nord) e André Ernest Modeste Grétry (Pierre le Grand), ma nel caso di Donizetti il libretto di Gherardo Bevilacqua-Aldobrandini ha come protagonista non lo zar ma un fratello della zarina, giocando sul fatto che la coppia di sovrani stia viaggiando in incognito. Un soggetto talmente amato dal compositore bergamasco che nel 1827 venne di nuovo messo in musica ne “Il borgomastro di Saardam”, in cui le vicende di Pietro il Grande sono ambientate in Olanda.
Tornando a citare Ashbrook, lo studioso descrive in questa maniera una delle principali mancanze de "Il Falegname di Livonia": Un esempio dell’ingenuità stilistica del primo Donizetti è l’entrata di Firman “È l’interesse al mondo principio universale” nel secondo Allegro dell’introduzione. Esso comincia con una melodia sillabata in valori di minima sulla triade della tonica di Sol maggiore. Quando Donizetti mira ad accentuare l’effetto, come nelle frasi motiviate dell’aria di Madama Fritz nel primo atto, contraffà lo stile declamatorio di Rossini. Non mancano comunque, sempre secondo Ashbrook, dei pregi a livello di emulazione: La più felice imitazione di Rossini si ha nel sestetto del secondo atto che richiama lo stile di questo compositore persino nelle prime parole de testo “Ah quel colpo!”.

Nessun commento:
Posta un commento