venerdì 27 novembre 2020

La grande passione di Mozart per frasi volgari e oscenità



Io, è vero, sono volgare. Ma vi giuro che la mia musica non lo è. Sembra la frase di qualche rockstar dannata, invece sono parole scritte da Wolfgang Amadeus Mozart, uno dei geni indiscussi della musica classica. Mozart aveva senza dubbio delle capacità artistiche fuori dal normale, eppure in pochi conoscono la sua goliardia e una passione molto particolare per le volgarità. Guardando i suoi ritratti ci si aspetterebbe un musicista tutto di un pezzo, severo e poco incline al divertimento. Al contrario, il compositore austriaco riempiva i propri discorsi e le proprie lettere di oscenità di ogni tipo, bestemmie ed espressioni di dubbio gusto. Il genio di Salisburgo ha composto alcuni capolavori che ancora oggi vengono riproposti e apprezzati, mentre meno note sono le sue composizioni più “spinte”. 

Ne è un chiaro esempio “Leck mich im Arsch”. Il titolo di questo brano significa letteralmente “Leccami il culo” e il testo potrebbe far impallidire il rapper moderno più volgare. Mozart è infatti riuscito a decantare il fondoschiena da leccare e l’inutilità del brontolio di tutti i giorni. Il musicista è poi andato oltre con un’opera successiva dal titolo “Leck mir den Arsch fein recht schön sauber” (Leccami il culo ben bene pulito). In questo secondo caso il deretano viene paragonato alla carne arrosto. Però questo è soltanto un antipasto, Mozart ha dato il meglio di sé nelle lettere scritte e indirizzate alla cugina Anna Maria Thekla

Le volgarità raggiunsero vette inimmaginabili e non è difficile immaginare la faccia della cugina durante la lettura. In queste missive si trovano espressioni come “Con quanto sentimento defeco sul tuo naso, così che ti coli sul mento” o frasi in rima altrettanto esplicite. L’elenco delle oscenità è completato da un inequivocabile “Mi arde il culo come il fuoco, che vorrà mai dire? Che la m.rda vuole uscire? Si m.rda, ti conosco, ti vedo e ti gusto!”. Come non citare poi questa strana filastrocca: “Ieri ascoltammo il re scoreggione, era dolce come torrone e benché non fosse granché in voce, rumoreggiava in modo atroce”? Il gossip riferito da Mozart era infarcito di espressioni audaci e di riferimenti sessuali che lasciavano ben poco all’immaginazione. 

Diversi esperti hanno riconosciuto nell’atteggiamento di Mozart alcune caratteristiche della sindrome di Tourette. Il disturbo è di origine genetica e provoca diversi tic e una parlantina irrefrenabile con riferimenti alle funzioni corporali. Qualche tempo fa il British Medical Journal ha pubblicato il lavoro di uno studioso americano sul compositore e la possibile patologia. Il ricercatore ha infatti accertato che le parole scurrili e le bestemmie ricorrevano soprattutto nei periodi di forte stress per Mozart. Si può soltanto immaginare di cos’altro sarebbe stato capace Mozart se fosse vissuto più a lungo. La sua morte è uno dei misteri più studiati dagli storici, l’unica certezza è che ha privato il mondo del suo genio e della sua sregolatezza dopo appena 35 anni.

giovedì 19 novembre 2020

Il disastro della prima rappresentazione moderna de "Il Corsaro" di Verdi



Sia l'istante maledetto che dal foco ei ti salvava.

La cabaletta del terzo atto de "Il corsaro" di Giuseppe Verdi contiene una frase che descrive bene il destino di quella che è stata definita una delle peggiori opere del compositore emiliano, se non la peggiore in assoluto. Oltre alla prima assoluta, quella del 25 ottobre 1848 al Teatro Grande di Trieste, c'è stato però un altro "istante maledetto", quello della rappresentazione moderna, organizzata oltre un secolo dopo il debutto. Sull'opera ha pesato inevitabilmente il giudizio negativo dello stesso creatore, il quale appare piuttosto disinteressato al destino del suo lavoro nelle lettere di quel periodo. Verdi decise di non assistere alla première de "Il corsaro" nella città friulana, senza dimenticare il rapporto tormentato con l'editore. 

La storia della creazione di questo melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave è presto detta: il musicista bussetano soggiornò a lungo a Parigi, città in cui il legame sentimentale con Giuseppina Strepponi fu ufficializzato. Allo stesso tempo, però, fu costretto a onorare alcuni impegni assunti in precedenza. Il contratto dell'opera era stato firmato con Francesco Lucca, editore che aveva ottenuto l'impegno di Verdi per quel che riguarda la scrittura di due lavori. L'accordo diventò ben presto "noioso" per lo stesso compositore, visto che altre proposte avevano "distratto" la sua mente. Dopo oltre un secolo, per la precisione nel 1963, il direttore d'orchestra e compositore Franco Ferrara decise di organizzare la prima rappresentazione moderna del melodramma: fu una scelta coraggiosa, in occasione delle "Vacanze Musicali Veneziane". 

Ad ospitare il ritorno di Corrado, Medora e Seid fu il cortile del Palazzo Ducale e per non azzardare una regia complicata, si puntò sull'esecuzione in forma di concerto. La serata del 31 agosto doveva essere un evento imperdibile, ma il destino fu nuovamente beffardo a causa di una serie di coincidenze sfortunate. Maria Battinelli venne scritturata per il ruolo di Medora, Virginia De Notaristefani per quello di Gulnara, oltre ad Aldo Bottion (Corrado) e Silvano Carroli (Seid), mentre la direzione d'orchestra spettò al polacco Piotr Wolny. Nell'articolo di pochi mesi dopo pubblicato su "Opera", William Weaver non nascose nulla, raccontando dell'indisposizione della Battinelli, priva di voce e costretta a sedersi in più di una occasione, mentre gli altri cantanti completavano insieme le esecuzioni e senza di lei. Non era stata prevista alcuna sostituta del soprano, poi lo stesso Wolny fu costretto a interrompere il concerto, nello specifico verso la fine del terzo atto. 

Mentre i violini accompagnavano "Oh mio Corrado appressati", infatti, i rintocchi del campanile di San Marco annunciarono l'arrivo della mezzanotte: non si era pensato a quanto sarebbe durata l'esecuzione, di conseguenza il campanile era stato bloccato solamente fino alle undici e mezza di sera. Le conseguenze sono facilmente immaginabili. Gli spettatori iniziarono a protestare con veemenza, gli orchestrali invece pensarono bene di darsi alla fuga insieme agli artisti, fino a quando non intervennero i Carabinieri per riportare la calma. La Rai aveva già registrato l'esecuzione della serata precedente al Teatro La Fenice e le trasmissioni televisive furono salve, ma il ricordo della tragica serata rimase vivo nella mente di molti. 

Proteste clamorose, cantanti senza voce e sfortuna senza fine: con questi "ingredienti", la "ricetta" della seconda rappresentazione de "Il Corsaro" non poteva che essere disastrosa. Verdi criticò più volte il suo lavoro, in particolare arrivò a rimproverare il Teatro San Carlo di Napoli per averlo scelto nel corso di una stagione. Nonostante tutto, il melodramma non è tutto da buttare. La storia fu tratta da un poemetto di George Gordon Byron, "The corsair", e l'opera riuscì a circolare in diverse città italiane, tra cui Torino, Milano e Venezia. Il libretto di Francesco Maria Piave non aiuta di certo ad attirare simpatie (per la parola "gemme", ad esempio, è stata usata l'incredibile rima con "haremme"), ma la storia è comprensibile. Non è presente alcun adagio, inoltre sono soltanto 8 le volte in cui si può scovare il tempo ordinario. I pezzi interessanti sono soprattutto il preludio, caratterizzato da una buona concisione ed efficacia, "Non so le tetre immagini", l'aria di Medora che permise a Katia Ricciarelli di vincere nel 1971 il Concorso Internazionale Voci Verdiane della Rai e il finale del terzo e conclusivo atto.

sabato 14 novembre 2020

Aida al profumo di pere cotte: la strana ispirazione di Verdi



Ogni opera di Giuseppe Verdi aveva e ha ancora una sfumatura drammatica ben precisa, quella che lo stesso compositore chiamava “tinta musicale”. Anche quella dell'”Aida” è ben riconoscibile, ma come riuscì il musicista bussetano a ottenere un effetto così esotico e intrigante? L’ispirazione musicale può essere spesso bizzarra e ne è un chiaro esempio proprio questa storia ambientata nell’antico Egitto. Vale la pena approfondire un aneddoto relativo al periodo in cui l'”Aida” era ancora in fase di composizione, un racconto che rende ancora più interessante l’ascolto e che contribuisce alla “popolarizzazione” di uno dei titoli verdiani più noti e apprezzati. 

La storia è stata riferita da un amico del professor Stefano Sivelli, il quale faceva parte dell’orchestra nelle prime rappresentazioni dell’opera al Cairo e a Parma (nel 1872). Nell’autunno del 1869 (dunque due anni prima del debutto dell'”Aida” in Egitto) Sivelli si trovava proprio a Parma, più precisamente nel negozio di Casali, specializzato nella vendita di oggetti in ceramica e terracotta. L’orchestrale stava parlando con il proprietario, noto come Chitarren, prima di essere interrotto dall’ingresso di un uomo dai capelli brizzolati insieme a una donna dall’aria stanca e sofferente. Non c’erano dubbi, si trattava di Giuseppe Verdi e di sua moglie Giuseppina Strepponi

Secondo l’aneddoto, inoltre, il compositore era interessato all’acquisto di alcune scodelle, mostrate con grande solerzia dal proprietario, il quale però non lo aveva riconosciuto. Improvvisamente dall’esterno tutti udirono una voce inconfondibile, quella di Paita, il venditore di pere cotte: “Boiènt i pèr còtt, boiènt” (pere cotte bollenti). La cantilena, monotona e sempre più insistente, attirò l’attenzione di Verdi che lasciò perdere il negoziante, la moglie e le scodelle. Sivelli avrebbe parlato di una luce particolare nei suoi occhi, fatto sta che il Cigno di Busseto prese il suo piccolo taccuino, si avvicinò alla porta e annotò poche righe. 

Subito dopo tornò dalla moglie per accettare i suoi consigli e completare senza ulteriori indugi l’acquisto. Una scena del genere poteva essere dimenticata in fretta, ma non fu il caso dell’orchestrale. Due anni dopo Sivelli studiò per la prima volta lo spartito dell'”Aida” e all’inizio del terzo alto fu immediatamente colpito da un tema familiare. In questa parte dell’opera si può udire un coro di sacerdoti e sacerdotesse nei pressi del Nilo (“O tu che sei d’Osiride“) e le note melanconiche e mistiche riportarono alla mente di Sivelli l’episodio del negozio e delle pere cotte: Verdi si era lasciato ispirare dalla voce tenorile di Paita per scrivere questa pagina del suo lavoro. 

Come spiegò lo stesso orchestrale: "Da quel momento Paita non era più la persona da cui, da ragazzo, compravo la frutta: era diventato niente meno che uno sconosciuto collaboratore di Verdi". L’inizio di questo terzo atto è a dir poco affascinante: Verdi ottenne un effetto di quiete, come quella di una notte tropicale. Oltre ai violini c’è un arabesco del flauto: viene impiegata una oscillazione tra Si e Si bemolle, con il coro maschile che canta in Mi minore e la sacerdotessa che risponde in Sol minore. Può sembrare strano che una tinta musicale così pregevole sia derivata dalla voce di un venditore di frutta, ma è bello immaginare Verdi alle prese con situazioni comuni per creare le sue opere. 

Dopo la prima e trionfale rappresentazione al Cairo, il critico Filippo Filippi pubblicò un resoconto piuttosto puntuale: "Il Verdi segue sempre quella via di progresso artistico già iniziata nel “Don Carlos” e sempre senza rinunziare al passato: il vecchio e il nuovo Verdi si fondono in modo mirabile; lo svincolo dalle convenzioni, dalle formule, è assoluto; le concessioni fatte alle esigenze dell’arte nuova sono palesi, ma nello stesso tempo c’è il maestro italiano che affascina con la spontaneità della melodia, colla larghezza della frase, con l’efficacia calorosa del dramma"

Filippi era stato dunque pienamente conquistato da questa tappa dell’evoluzione artistica verdiana, la terz’ultima della sua lunga carriera. Si può forse dire che l’aneddoto è fin troppo romanzato e ricostruito ad hoc, per non parlare del fatto che solitamente non ci si ricorda di un fugace episodio a distanza di così tanto tempo. Le critiche ci possono stare, ma Verdi è stato sempre un acuto osservatore del quotidiano con cui aveva a che fare: la Pianura Padana è la terra che ha ispirato le sue melodie e il povero Paita merita un piccolo posto tra le fonti di ispirazione del capolavoro, grazie a una voce ben impostata e alla vendita delle pere cotte, anzi bollenti. 

L’opera di Spontini che rischiò di diventare la “Waterloo musicale” di Napoleone

Nel 1809, nelle orecchie di Gaspare Spontini riecheggiavano ancora gli applausi e gli apprezzamenti del pubblico parigino dell’Académie Imp...