Una stagione caldissima e non solo per le temperature. Quella del 2001 poteva passare alla storia come l’estate in cui gli italiani cambiarono per sempre il loro inno nazionale. Niente più Goffredo Mameli e spazio a Giuseppe Verdi, una sorta di staffetta tra il “Canto degli italiani” e il “Va, pensiero” del Nabucco. Possibile che si sia arrivati a tanto e soprattutto perché? Per comprendere meglio questa storia, bisogna tornare indietro di qualche anno. È il 1981 e un sondaggio del noto programma “Portobello” condotto da Enzo Tortora svelò una verità clamorosa: la maggioranza degli italiani avrebbe preferito di gran lunga Verdi. Un fascino che coinvolse anche molti politici, a partire da Bettino Craxi, fino a Umberto Bossi che riuscì a inserire il “Va, pensiero” nella costituzione provvisoria della Padania nel 1996 come inno ufficiale. Nel 2001, poi, si arrivò vicinissimi a questo cambio in corsa.
L’allora ministro delle Politiche Comunitarie, Rocco Buttiglione, si lasciò andare a un commento non troppo velato nei confronti dell’inno di Mameli (Non è un granché), innescando un dibattito a dir poco infuocato. Ci fu chi accolse con entusiasmo la proposta, in primis l’associazione verdiana “Club dei 27”, ma in particolare il coro del Nabucco veniva considerato da una larga fetta della popolazione come più famoso del Canto degli Italiani e soprattutto vicino ai sentimenti degli italiani. Così come era nata, la polemica si spense progressivamente e non se ne fece più niente, anche se probabilmente non avrebbe avuto senso una modifica così importante. È vero che nei salotti liberali si cantava frequentemente il Va, pensiero modificando il verso Oh mia patria sì bella e perduta! (la parola “Italia” sostituiva alla perfezione “Patria”), ma è stato Riccardo Muti a spiegare cosa non andrebbe nel cambiare l’inno italiano.
Il coro musicato dal Cigno di Bussetto, infatti, ha un altro piglio, in sostanza è un “canto di perdenti”, oltre che un lamento e una preghiera. Lo stesso Verdi impose un tempo lento e grave. Gli inni sono solitamente più focosi, senza nulla togliere alla bellezza e purezza della pagina operistica. Mantenere la musica di Michele Novaro e le parole di Mameli, poi, significherebbe rispettare i sentimenti dello stesso Verdi. Quest’ultimo è stato il primo a riconoscere l’importanza del “Canto degli Italiani”, come si intuisce perfettamente dalla struttura dell’Inno delle Nazioni, la cantata composta nel 1862 su testo di Arrigo Boito (a sua volta proposto come inno ufficiale del nostro paese): nella parte finale si possono ascoltare “God save the Queen”, la Marsigliese e l’inno di Mameli, sovrapposti in forma polifonica e semplificata.
Se anche il compositore emiliano decise di mettere “Fratelli d’Italia” sullo stesso piano dell’inno inglese e di quello francese un motivo ci sarà. Nel 1946 il primo governo della Repubblica Italiana stabilì che il “Canto degli Italiani” doveva essere l'inno nazionale, tanto che il 4 novembre fu suonato per la prima volta per il giuramento di fedeltà delle forze armate. Sono passati 80 anni da allora e si è atteso a lungo un decreto che ufficializzasse l’inno, come avvenuto per la Marsigliese, citata nella Costituzione francese a partire dal 1958. Il primo serio tentativo di varare la legge risale al 2002 e lo stesso è avvenuto nel 2005, poi nel 2017 il sospirato riconoscimento che però (c'è da scommetterlo) non ha del tutto spento le speranze dei fan più sfegatati del Va, pensiero.










