Alle 22:53 di ieri, giovedì 9 aprile 2026, mentre scemava l’ultimo applauso riservato dal pubblico del Teatro Costanzi di Roma agli interpreti de “Il trionfo del tempo e del disinganno”, mi è venuta in mente questa domanda: a Georg Friedrich Händel sarebbe piaciuto vedere il suo oratorio associato a una regia moderna da qualcuno considerata eccessiva? Forse sotto il suo celebre parruccone avrebbe sentito qualche formicolio, ma magari il Nicola Zingaretti del XVIII secolo avrebbe capito che sono pur sempre passati più di 300 anni da questo suo lavoro. E allora ben venga un allestimento che a prima vista potrebbe sembrare “pazzo furioso” ma che funzionava terribilmente.
La Capitale ha inaugurato la primavera con un titolo non proprio frequente nei cartelloni ma che meritava di tornare in questa città, lì dove tutto è nato. Per il debutto al Costanzi, si è puntato sull’allestimento in collaborazione con il Festival di Salisburgo, affidando la regia a Robert Carsen. Il rischio staticità con gli oratori e con soli quattro personaggi come in questo caso era dietro l’angolo, dunque Carsen ha riproposto a Roma quanto aveva sperimentato in Austria nel 2021: la sinfonia iniziale è stata accompagnata da un filmato a tutto schermo con i partecipanti di un talent show (nello specifico “The World Next Top Model”) in pose glamour e alle prese con sfilate di moda e camerini dopo aver visitato i monumenti romani più celebri.
Si è poi passati uno studio televisivo in stile “Italia’s got talent”, con Piacere, Tempo e Disinganno nelle vesti dei giudici e i già citati partecipanti (tutti bravissimi ballerini i cui movimenti coreografici sono stati curati da Rebecca Howell) a contendersi la vittoria finale. A trionfare è stata Bellezza che è stata così introdotta nel mondo dello show business, tra mimi e figuranti, copertine di Vogue, un dj innamorato in discoteca e droga come se piovesse (il quantitativo sniffato da Bellezza, in realtà, avrebbe spaventato persino Pablo Escobar e Tony Montana). La seconda parte dell’oratorio ha invece funzionato di meno. Il palcoscenico si è letteralmente svuotato e i colori vivaci e frizzanti ammirati in precedenza hanno lasciato spazio a una superficie specchiante, tanta penombra e proiezioni di immagini di volti e occhi. Se non altro questa essenzialità ha permesso di apprezzare al meglio l’aria più celebre dell’oratorio, quel “Lascia la spina” che è poi diventata l’immortale “Lascia ch’io pianga” del “Rinaldo”.
La recita a cui ho assistito, quella appunto del 9 aprile, ha convinto in pieno il pubblico che non si è risparmiato negli applausi al cast vocale. Oltre al tempo e al disinganno, il trionfatore della serata è stato senza dubbio Raffaele Pe, un controtenore di razza che ha cesellato alla perfezione il ruolo del Disinganno. Il repertorio barocco non sembra avere segreti per lui, non a caso si sta parlando del Premio Abbiati 2019 per il miglior disco, “Giulio Cesare”. Ed Lyon ha assunto un tono ieratico senza strafare nel suo Tempo, addomesticando le fioriture più complesse del ruolo e trasportando il pubblico capitolino nel ‘700.
TEATRO DELL’OPERA DI ROMA - STAGIONE 2025-2026
IL TRIONFO DEL TEMPO E DEL DISINGANNO
Oratorio in 2 parti
Libretto di Benedetto Pamphilj
Musica di Georg Friedrich Händel
Direttore e clavicembalo Gianluca Capuano
Regia Robert Carsen
Scene e costumi Gideon Davey
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Movimenti coreografici Rebecca Howell
Video Rocafilm
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento in collaborazione con il Festival di Salisburgo
PERSONAGGI E INTERPRETI
Bellezza Johanna Wallroth
Piacere Anna Bonitatibus
Disinganno Raffaele Pe
Tempo Ed Lyon
FOTO di Fabrizio Sansoni - Teatro dell’Opera di Roma




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