Il destino del “Mefistofele” di Boito è quello di far discutere. È successo il 5 marzo del 1868, in occasione della prima assoluta, con l’opera fischiata sonoramente: lo stesso compositore, gli scapigliati e persino Clara Maffei credevano di salutarlo come il lavoro che avrebbe detto una parola nuova nel mondo della musica (servirono invece altri 7 anni per farlo apprezzare e una serie di bruschi tagli). Fa discutere ancora oggi, ma Boito non c’entra nulla. Le chiacchiere dei melomani in riferimento a questo titolo si riferiscono alle scelte registiche. Ne è un chiaro esempio il nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma, in coproduzione col il Real di Madrid, con cui il Costanzi ha aperto la stagione 2023-2024.
Il brusio della Scala di un secolo e mezzo fa era dovuto alle scelte musicali di Boito e alle sue ideologie, stavolta il maggior imputato ha un nome e un cognome: Simon Stone. Il regista australiano, insieme a Mel Page che ha curato scene e costumi, e James Farncombe (luci) hanno confezionato un Mefistofele moderno e soprattutto che più bianco non si può. Per chi ha già qualche anno, sarà stato impossibile non pensare alla vecchina dello spot Ace che probabilmente avrebbe gradito abiti così lindi e pinti, ma cosa ne ha pensato invece il pubblico di Roma? Se alla prima assoluta i fischi e le contestazioni non sono mancati, nella terza recita è subentrata una sorta di indifferenza.
Questa recensione si riferisce infatti alla serata di giovedì 30 novembre 2023. Il capolavoro di Boito rivisitato in questa chiave così particolare non ha indispettito il pubblico, forse abituato a regie più trasgressive (soprattutto quelle di Stone), tanto è vero che qualche intuizione interessante può essere menzionata. Detto che il regista ha definito il compositore “illogico, pazzo e caotico”, non proprio una buona base di partenza, il protagonista del titolo non si è presentato nelle consuete vesti di un frate per incontrare Faust, ma di un pagliaccio argentato. Leoncavallo forse non avrebbe gradito questa allusione, però c’è da dire che l’allestimento è rimasto fedele alla sua idea di partenza.
Dopo il prologo dominato da un’unica camera bianca e dal coro agghindato nella stessa nuance (una vera e propria gioia per chi soffre di congiuntivite), Francoforte sul Meno si è trasformata in una sorta di parco giochi, con la classica giostra dei cavalli e appunto Mefistofele in versione clownesca. Per il giardino in cui Faust incontra Margherita e il diavolo seduce Marta, invece, si è puntato su una piscina di palline multicolore, forse la scelta più intrigante e che non ha stonato affatto. Durante il sabba, il protagonista del titolo è salito su una sorta di pulpito dopo aver indossato un berretto fez che lo faceva somigliare tremendamente a Benito Mussolini.
Se c’è un’aria che non va “disturbata” in quest’opera è L’altra notte in fondo al mare, ma l’allestimento del Costanzi ha spostato l’attenzione da Margherita per concentrarla su un glass in vetro che riproduceva amplessi, palline lanciate, parti e pillole inghiottite. Il bianco è tornato a dominare il quarto atto, quello dell’antica Grecia, con la presenza ingombrante di militari dell’esercito in tuta mimetica (tra cui lo stesso Faust), prima dell’epilogo ambientato in una casa di riposo (il colore, anche in questo caso, non è difficile da indovinare).
Il grande trionfatore della serata è stato Michele Mariotti che ha guidato l’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma con vigore, non insolito come quello di Violetta. Ha scavato a fondo nella musica di Boito e ne ha ricavato “pepite” preziose per chi non ascoltava da tempo quest’opera, concertando con l’entusiasmo di un direttore al suo debutto assoluto. John Relyea è stato un Mefistofele agile e convincente, capace di conquistare gli applausi più fragorosi tra tutto il cast vocale, ma non è stata da meno Maria Agresta (Margherita/Elena) che ha riprodotto con attenzione le emozioni dei suoi personaggi, regalando una versione di L’altra notte in fondo al mare toccante che è andata a scavare anche nelle scorze più dure del teatro.
Joshua Guerrero ha dato inizialmente l’impressione di voler interpretare un Faust “strillone”, per poi riprendersi e centellinare gli acuti al momento giusto. Il cast è stato completato da Sofia Koberidze (Marta/Pantalis), spigliata come attrice, corretta nell’emissione e dalla vocalità interessante, senza dimenticare il puntuale Marco Miglietta (Wagner) e Leonardo Trinciarelli (Nereo). Applausi a scena aperta, infine, per il coro del Costanzi, diretto da Ciro Visco, che ha dimostrato fiato da vendere in un’opera così complessa ed esigente, ben coadiuvato dal coro di voci bianche dell’Opera di Roma addestrato a dovere dal maestro Alberto De Sanctis.
TEATRO DELL’OPERA DI ROMA - STAGIONE 2023-2024
MEFISTOFELE
Opera in un prologo, 4 atti e un epilogo
Libretto di Arrigo Boito
Musica di Arrigo Boito
Direttore Michele Mariotti
Regia Simon Stone
Maestro del coro Ciro Visco
Scene e costumi Mel Page
Luci James Farncombe
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma in coproduzione col Teatro Real di Madrid
PERSONAGGI E INTERPRETI
Mefistofele John Relyea
Faust Joshua Guerrero
Margherita/Elena Maria Agresta
Marta/Pantalis Sofia Koberidze
Wagner Marco Miglietta
Nereo Leonardo Trinciarelli
Foto di Fabrizio Sansoni - Teatro dell’Opera di Roma

_ph%20Fabrizio%20Sansoni-Opera%20di%20Roma%202023_5818.jpg)
,%20John%20Relyea%20(Mefistofele)_ph%20Fabrizio%20Sansoni-Opera%20di%20Roma%202023_6127.jpg)
,%20Coro%20e%20Voci%20Bianche%20del%20Teatro%20dell'Opera%20di%20Roma_ph%20Fabrizio%20Sansoni-Opera%20di%20Roma%202023_6767.jpg)
