La faccia infarina: suona un po’ strano cominciare una recensione di “Aida” con uno dei versi più celebri di “Pagliacci” di Leoncavallo, ma nel caso del nuovo allestimento del capolavoro verdiano da parte del Teatro dell’Opera di Roma, la citazione non è casuale. Il volto imbiancato dei protagonisti è stato uno dei particolari che è balzato immediatamente agli occhi, ma ovviamente non l’unico. Davide Livermore non ha strizzato l’occhio a Zeffirelli con le sue regie tradizionali e rispettose del libretto di Ghislanzoni, ma nemmeno alla “revisione” moderna e contemporanea che tante Aide ha rovinato in questi anni. Le allusioni al grande schermo non sono mancate comunque, a metà strada tra un film di fantascienza del periodo d’oro e un’ambientazione astratta non meglio precisata. Questa recensione si riferisce alla recita di venerdì 3 febbraio 2023.
Fatta eccezione per qualche accenno iniziale, di archeologico c’è stato ben poco in questa “Aida” del Teatro Costanzi, un dettaglio che avrebbe fatto ingrugnire persino l’educatissimo Alberto Angela. Ma forse è un pregio, perché altri riferimenti all’Antico Egitto avrebbero dato la sensazione di qualcosa di già visto. Le proiezioni hanno fatto gran parte del lavoro scenografico, con fontane di sabbia sullo sfondo e un corpo sepolto vivo che si sgretolava inesorabile, come a preannunciare quello che sarebbe stato il finale dell’opera. Luminosità a go go come in un negozio di lampadari e geometria a profusione, una vera e propria manna per Odifreddi e colleghi.
Davvero particolari i movimenti coreografici, curati sempre da Livermore: non c’è stato spazio per il classicismo, ma per danze più moderne, con gesti sincopati che hanno fatto ricordare a tratti il charleston, oltre a un’allusione evidente all’Haka del popolo Maori della Nuova Zelanda. Il pubblico capitolino ha mostrato di gradire questa variante, tributando un buon numero di applausi al corpo di ballo in scena. Francamente è stata poco sensata la scelta registica del finale, con O terra addio cantata dai due protagonisti che non si guardavano mai. È il culmine di questa composizione e Aida e Radames sono rimasti a distanza neanche fossero ancora in vigore le misure anticovid.
Ritorna vincitor! Chi merita questa citazione nel cast vocale dopo la serata di ieri? Il grande dominatore della recita è stato Michele Mariotti che ha diretto l’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma in modo intenso e incalzante. La continua ricerca di chiaroscuri non è stata esasperante come l’ululato continuo di un cane in condominio, anzi il Verdi impetuoso (persino nei momenti più intimi) è stato assecondato a dovere col cigno di Busseto che avrà abbozzato da lassù un sorriso sotto quella folta barba che tutti conoscono.
Krassimira Stoyanova è apparsa in buona forma, piegandosi con coraggio al piano e al pianissimo di una partitura piena di insidie per il suo personaggio: interpretare Aida significa venire incontro alla “cattiveria” di Verdi che si è mostrato davvero esigente per questa parte e il soprano bulgaro ha svolto il suo compito egregiamente. Uscire indenne dai Cieli azzurri non è da tutti, anche se negli applausi finali non c’è stata forse grande convinzione. Rovente come una spiaggia di Riccione ad agosto è anche la tessitura di Amneris.
Ekaterina Semenchuk è stata gradita non poco dagli spettatori romani, soprattutto per la sua voce da mezzosoprano usata con intelligenza. La sua “tavolozza” è stata ricca di sfumature, al punto che Mario Cavaradossi avrebbe provato un pizzico di invidia, i giochi di colori creati dalla voce dell’artista bielorussa hanno colto nel segno. Un po’ come Pippo Baudo, Gregory Kunde si è dimostrato un validissimo professionista.
Provate voi a interpretare un ruolo complicato come quello di Radames a 68 anni: il tenore americano ha risolto senza grossi problemi la parte, dosando i fiati a piacimento, senza strafare e portando a casa il risultato da bravo veterano qual è. Buone le sfumature e la morbidezza di alcune note ha impreziosito la performance di quello che, parafrasando un vecchio videomessaggio di Berlusconi, è un ragazzo un po’ stagionato. Non male anche l’Amonasro di Vladimir Stoyanov, applaudito con piacere da loggione per il suono fibroso al punto giusto. Riccardo Zanellato incuteva timore al solo sguardo, il suo Ramfis è apparso adeguatamente insopportabile e dalla vocalità profonda come una buca del poco decantato asfalto di Roma. A completare il cast ci hanno pensato il preciso Re di Giorgio Manoshvili, il puntuale messaggero di Carlo Bosi e la sacerdotessa di Veronica Marini, a suo agio in una parte da non sottovalutare mai e interpretata con una freschezza che farebbe invidia a una mozzarella di bufala di Battipaglia.
C’è stata gloria infine per il coro del Teatro dell’Opera diretto da Ciro Visco. Accoglienza calorosa per tutti gli artisti al termine del secondo atto, prima che se ne perdessero le tracce come previsto dal libretto. I coristi romani hanno “accettato” di buon grado le scelte di Verdi e Ghislanzoni, rendendo maestosi i primi due atti. L’Aida è sempre una garanzia, è un titolo con cui si va sul sicuro: soltanto un certo Prospero Bertani nel 1872 osò chiedere a Verdi il rimborso del biglietto perché deluso dal capolavoro ambientato nell’antico Egitto, la classifica eccezione che conferma la regola e che è rimasta tale anche dopo questa gelida serata romana.
TEATRO DELL’OPERA DI ROMA - STAGIONE 2022-2023
AIDA
Opera in 4 atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi
Direttore Michele Mariotti
Regia e movimenti coreografici Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Antonio Castro
Maestro del coro Ciro Visco
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
PERSONAGGI E INTERPRETI
Il Re Giorgi Manoshvili
Amneris Ekaterina Semenchuk
Aida Krassimira Stoyanova
Radames Gregory Kunde
Amonasro Vladimir Stoyanov
Ramfis Riccardo Zanellato
Un messaggero Carlo Basi
La gran sacerdotessa Veronica Marini
Foto di Fabrizio Sansoni - Teatro dell’Opera di Roma
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