11mila chilometri e non sentirli. Italia e Uruguay sono piuttosto distanti dal punto di vista geografico, ma questo non ha mai impedito di costruire un rapporto bilaterale che può essere considerato un’amicizia a tutti gli effetti. Le relazioni pacifiche durano addirittura dal periodo precedente al 1861, senza dimenticare che oggi quasi la metà della popolazione uruguaiana è di origine italiana. Non è un caso che proprio nel paese sudamericano sia molto amato Giuseppe Garibaldi, grande protagonista della guerra civile uruguaiana iniziata nel 1839. E a proposito di personaggi vissuti nel XIX secolo, l’Uruguay deve molto a due compositori, Gaetano Donizetti e Gioachino Rossini. È l’influenza della loro musica, infatti, che ha contribuito alla nascita dell’inno nazionale, noto anche con il suo primo verso, Orientales, la patria o la tumba.
È forse uno degli inni più coinvolgenti a livello globale e il merito è del ritmo che ricorda da vicino le arie d’opera. La storia di questa composizione è a dir poco affascinante. Il testo è di un poeta locale, Francisco Acuña de Figueroa (autore anche delle parole di un altro inno sudamericano, quello del Paraguay) e presenta subito un termine che potrebbe far storcere il naso. Perché gli uruguaiani sarebbero “orientali”? Dal 1776 al 1816 questo territorio era parte di una provincia brasiliana, il Vicereame del Rio de la Plata e si trovava ad est del fiume Uruguay. L’adozione ufficiale è datata 1833, ma è la musica che presenta qualche mistero da chiarire. Fino al 1848 la sua composizione è stata attribuita a Fernando José Quijano, poeta e musicista dilettante, ma le chiare allusioni a Donizetti e Rossini hanno fatto pensare che ci fosse dietro qualche figura più esperta.
Ecco allora che entrò in scena Francisco José Debali, ungherese e di formazione italiana, senza dubbio conoscitore del repertorio del compositore pesarese e di quello bergamasco. L’inno, tra i più lunghi in termini di durata, comincia con una sorta di mini-sinfonia con un ritmo incalzante e il crescendo che hanno fatto e fanno ancora pensare a Gioachino Rossini. Nella parte cantata, poi, si riconosce abbastanza nitidamente il finale del prologo della “Lucrezia Borgia” di Donizetti. È il momento culminante di questa parte della composizione, prima che gli amici di Gennaro riconoscano la protagonista del titolo, svelandone i delitti e insultandola. Un coro che deve aver colpito a tal punto Debali da ispirargli la musica di “Orientales”. C’è un dettaglio temporale che rende ancora più intrigante questa teoria.
La prima assoluta del capolavoro donizettiano avvenne nel 1833 (alla Scala di Milano) e in quel periodo il musicista nato in Ungheria viveva proprio in Italia: ecco perché potrebbe aver ascoltato l’opera e annotato qualche passaggio che poi gli sarebbe tornato utile per l’inno dell’Uruguay. Nel 1841, poi, la Lucrezia sbarcò a Montevideo. Lo stesso Debali spiegò comunque come Quijano abbia avuto un ruolo determinante nella composizione, in particolare nel tono da far assumere alla musica, a conferma di un lavoro a più mani.
La prima esecuzione ufficiale dell’inno ebbe luogo il 18 luglio 1845 a Montevideo, poi nel 1938 un nuovo decreto incorporò altri arrangiamenti, per la precisione quelli di due musicisti italiani trapiantati in Sud America, Gerardo Grasso e Benone Calcavecchia. Con una storia del genere, è impossibile che un melomane non si emozioni nell’ascoltare questa musica: un’occasione ghiotta per gustarlo in tv è prevista per il prossimo 16 giugno, durante il debutto della nazionale uruguaiana ai Mondiali di Calcio. La “Celeste” affronterà l’Arabia Saudita a Miami e poco prima del fischio d’inizio le note che ricordano così da vicino Donizetti e Rossini risuoneranno negli schermi di tutto il pianeta.

Nessun commento:
Posta un commento