Il Lohengrin senza cigno. Possibile? Sì, se la regia viene affidata a Damiano Michieletto. Ed è quanto successo al Teatro dell’Opera di Roma che ha inaugurato la stagione 2025-2026 con il capolavoro di Richard Wagner (di cui ho assistito alla replica del 5 dicembre). Francamente mi sono venute in mente 3 spiegazioni semiserie (non poteva essere altrimenti) per un’assenza così pesante.
- Michieletto, consapevole della grande rivalità tra Wagner e Verdi, ha tolto di mezzo il candido pennuto che ricorderebbe troppo il compositore emiliano, meglio noto come “Cigno di Busseto”. Dunque, un eccesso di reverenza teutonica
- Michieletto è stato contattato da più di un’associazione animalista che gli ha imposto di non mettere in scena nemmeno l’ombra del cigno
- Venezia, città natale di Michieletto, dall’alto somiglia a un cigno, dunque meglio eliminare il volatile per non diventare troppo nostalgici
Per la nuova stagione, il Costanzi si è affidato a una coproduzione con il Palau de les Arts di Valencia e con la Fenice di Venezia. Paolo Fantini (scene), Carla Teti (costumi) e Alessandro Carletti (luci) hanno trascinato letteralmente la leggenda medievale tedesca del Lohengrin verso qualcosa di più contemporaneo. Da critico feroce delle regie moderne, mi sarei aspettato un’opera controversa e da fischiare fin dal primo minuto e invece sono stato quasi costretto a strizzare l’occhio al buon Michieletto. Fatta eccezione per le uova di metallo che continuavano a tormentare i protagonisti, schiacciando e mettendo a dura prova i poveri coristi alle prese con evidenti sciatiche, la scena wagneriana ha avuto fin da subito come protagonista una parete curva con assi di legno, oltre a una vasca da bagno con acqua vera e soprattutto strabordante (non voglio sapere quanto sarà pesante poi la bolletta idrica). Le trovate non sono però mancate, a partire da una stalattite dalle forme strane e ambigue da cui colava un liquido grigiastro, utile per il duello tra Lohengrin e Telramund.
Una coproduzione che ha messo in mostra una passione autentica per le vernici, come quella nera uscita da una feritoia di un uovo, liquido che ha macchiato i volti di chi era in scena. Altre scene più “pulite” e scarne, oltre agli anelli multipli del terzo atto hanno completato l’elenco di una regia che doveva stupire e che ci è riuscita ma in positivo. L’insieme scenografico era piacevole e fortunatamente nemmeno il ragazzo seduto davanti a me, il sosia di Riccardo Cocciante ma ancora più riccioluto, ha rovinato la visione. Unica pecca è stata proprio l’assenza del cigno, trasformato in una bara bianca (nel primo intervallo ho sentito chiaramente un attempato spettatore esclamare un eloquente “sembrava di stare a Vermicino”) piena di piume. Più che eccellente il cast vocale.
Il dominatore della scena è stato Dmitry Korchak, dotato di una freschezza che mi ha ricordato in alcuni tratti il giovane Placido Domingo: nonostante l’outfit completamente bianco che ha rispolverato in tanti il Silvio Berlusconi che accolse Tony Blair in Sardegna (per fortuna senza bandana), è arrivato alla fine di un’opera così impegnativa senza fatica e con una adeguata identificazione nel personaggio. L’Elsa di Jennifer Holloway è cresciuta con il passare dei minuti grazie a una voce consistente e l’autenticità che ha regalato al suo ruolo, tanto da far chiedere al pubblico del Costanzi: ma perché una ragazza si dovrebbe innamorare di uno sconosciuto che non vuole nemmeno dirle il suo nome? Grande personalità e carisma: è così che possiamo descrivere l’Ortrud di Ekaterina Gubanova. Perfetta nel suo tailleur scuro ed elegante, è bastata la sua presenza per esercitare sul pubblico un incredibile magnetismo, provocando più di un brivido.
La canotta unta e bisunta indossata da Telramund si addiceva forse più al Mago Oronzo di Mai dire gol, ma Tomas Tomasson ha fatto dimenticare questo particolare con una interpretazione manovrata a piacimento. Perfetti Clive Bayley (Enrico l’Uccellatore), Andrei Bondarenko (Der Heerufer) e il resto dei cantanti. Michele Mariotti ha dimostrato grande chiarezza e un lirismo amalgamato senza problemi con la forte componente drammatica. Il suono uscito dall’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma è giunto pieno e soprattutto preciso, riuscendo a mettere in secondo piano l’improvviso ronfare dello spettatore al mio fianco, capace di addormentarsi dopo appena 20 minuti. Impeccabile il coro del Costanzi guidato dal Maestro Ciro Visco, imponente e puntuale, oltre che fisicamente a suo agio anche in scene a dir poco faticose.
TEATRO DELL’OPERA DI ROMA - STAGIONE 2025-2026
LOHENGRIN
Opera romantica in 3 atti
Libretto di Richard Wagner
Musica di Richard Wagner
Direttore Michele Mariotti
Regia Damiano Michieletto
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Drammaturgo Mattia Palma
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma in coproduzione con il Palau de des Arts Reina Sofia di Valencia e il Teatro La Fenice di Venezia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Heinrich Der Vogler Clive Bayley
Lohengrin Dmitry Korchak
Elsa Von Brabant Jennifer Holloway
Telramund Tomas Tomasson
Ortrud Ekaterina Gubanova
Der Heerrufer Andrei Bondarenko
Vier Brabantische Edle Alejo Alvarez Castillo, Dayu Xu, Guangwei Yao, Jiacheng Fan
Vier Edelknaben Mariko Iizuka, Cristina Tarantino, Silvia Pasini, Caterina D’Angelo
FOTO di Fabrizio Sansoni - Teatro dell’Opera di Roma



