sabato 23 gennaio 2021

Ti odio, poi ti amo, poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo: il difficile rapporto tra Respighi e l’opera “Marie Victoire”



Il 9 luglio del 1879 nasceva a Bologna Ottorino Respighi, compositore che è noto soprattutto per i poemi sinfonici dedicati alla città di Roma. Respighi è stato però molto altro e l’elenco dei suoi lavori è sconfinato. Non mancano nemmeno le opere liriche, tra cui si possono citare “Belfagor” e “La campana sommersa”. C’è però un melodramma che non è mai stato rappresentato durante la vita del musicista felsineo. Si tratta di “Marie Victorie”, tratto da un dramma omonimo e ambientato durante gli anni della rivoluzione francese.

La prèmiere è avvenuta molto tempo dopo la morte di Respighi, per la precisione nel 2004. Perché dare un’occasione a quest’opera soltanto sedici anni fa? Il progetto era promettente, anche se si può dire che tra il compositore e “Marie Victoire” ci sia stato un rapporto di odio-amore. La storia del melodramma rappresentato postumo può essere fatta iniziare nel 1911, dopo il trionfo di “Semirama”. L’editore Sonzogno propose un contratto di acquisto per quest’opera e la scrittura di un’altra su libretto di Gabriele D’Annunzio.

L’offerta spaventò Respighi, una collaborazione del genere gli sembrava eccessiva, come testimoniato dalle sue lettere: Io sono ancora troppo poco per unire il mio nome a quello di D’Annunzio, mi schiaccia e poi non avrei né il coraggio né l’autorità per chiedere al Poeta tagli o ritocchi per adattare i suoi versi mirabili alle necessità della mia musica. L’argomento venne dunque accantonato per lasciare spazio a “Marie Victorie”. Il dramma di Edmund Guiraud era intrigante, con tantissimi personaggi in scena e una trama appassionante.

Il consiglio di Sonzogno fu accettato prima che lo stesso Respighi si accorgesse di non essere felice mentre componeva l’opera, portata avanti controvoglia e a fatica dal 1911 al 1913. Eppure, non mancò l’entusiasmo. Nel corso di un tour, il compositore bolognese si incontrò con Alberto Franchetti e gli suonò il primo atto del melodramma che stava per nascere. In quel periodo, “Marie Victoire” era praticamente terminata e doveva soltanto essere orchestrata. Una serie di vicissitudini, però, ostacolò la rappresentazione.

Anzitutto, il contratto con Sonzogno finì nel 1917 e Respighi propose la sua nuova opera a Ricordi, per poi passare all’editore tedesco Bote & Bock. Lo stesso musicista abbandonò i propositi anche a causa dello scoppio della prima guerra mondiale e negli anni successivi (Respighi morì nel 1936) non ci fu alcun tentativo di rispolverare questo lavoro. Soltanto nel 1991 Ricordi pubblicò il libretto originale francese e il 27 gennaio del 2004, il pubblico del Teatro dell’Opera di Roma ascoltò per la prima volta queste note.

    Si è parlato spesso anche dell’ostilità mostrata dalla moglie di Respighi nei confronti di “Marie Victorie”, un ulteriore elemento che ritardò di continuo il debutto. Il cast numeroso non aiuta certo un buon allestimento, anche se la musica merita un ascolto. L’opera è ricca di citazioni dei canti rivoluzionari francesi e di danze di corte. Per quel che riguarda la vocalità, invece, il canto lirico, il declamato e l’arioso si alternano in modo convincente, senza alcun eccesso che possa rimandare al verismo.

    Il giudizio senza appello di Verdi su "Alzira": «Quella è proprio brutta»



    Non saprei dare alcun giudizio di questa mia opera, perché l’ho fatta quasi senza accorgermene e senza fatica; per cui se anche cadesse me ne dorrebbe poco.

    È il 30 luglio del 1845 e mancano appena due settimane al debutto dell’Alzira al Teatro San Carlo di Napoli, eppure l’atteggiamento del suo “creatore”, Giuseppe Verdi, è alquanto distaccato. Molto probabilmente, la sfortuna di quest’opera è nata proprio da questo momento, la scarsa considerazione del compositore bussetano nei confronti di un lavoro frettoloso, ma non privo di pregi. Tra l’altro, a distanza di anni questo atteggiamento di Verdi non cambierà e pare abbia pronunciato una frase sibillina nei confronti dell’Alzira: quella è proprio brutta. Ma si tratta davvero, come in molti pensano, della più brutta composizione verdiana in assoluto? Se ci si basa sui fatti storici e sui giudizi di pubblico e compositore, non si può che dire di sì. In realtà, un attento ascolto può rivelare elementi interessanti e nascosti, i quali meritano se non altro una riproposizione fra un anno in occasione del bicentenario della nascita di Verdi. 

    Le uniche “fortune” dell’Alzira sono quelle dei paesi sudamericani, visto che è qui che si ripropone, anche se non molto frequentemente, il titolo in questione. Il motivo è semplice da intuire: la trama dell’opera ci fa tornare indietro al ‘500 del Perù, quando nel paese dominavano gli Incas. Il classico intreccio tenore-soprano-baritono è presente anche in questo caso: Zamoro (tenore) è il capo di una tribù guerriera, si oppone all’occupazione spagnola ed è innamorato di Alzira (soprano). Il baritono è invece Gusmano, figlio dell’anziano governatore Alvaro. Quest’ultimo viene rapito e poi salvato da Zamoro e per questo motivo l’inca riesce a scampare alla prigionia. Viene però nuovamente catturato e condannato a morte da Gusmano; Alzira, anch’essa innamorata di Zamoro, si promette in sposa al figlio del governatore per ottenere la libertà dell’amato, ma egli riesce comunque a fuggire. Durante il matrimonio di Alzira e Gusmano, eccolo ricomparire per accoltellare il nemico, il quale morente, lo perdonerà per tutto il male che gli ha fatto.

    Insomma, si tratta di una storia complessa, con il libretto di Salvatore Cammarano che non ha conservato nulla dell’esotismo del dramma da cui fu ispirato, Alzire ou les americaines di Voltaire. Verdi confessò immediatamente di apprezzare la storia e si fidò parecchio del talento di Cammarano per ricavarne un lavoro eccellente. Da lì, però, cominciò una serie di fatti che incisero profondamente sulla lavorazione e sul destino dell’Alzira. Anzitutto, Verdi fu colpito da una non meglio imprecisata indisposizione: nell’aprile del 1845 Vincenzo Flauto, impresario del San Carlo, fu informato dallo stesso compositore della malattia e dell’impossibilità di completare l’opera in tempi brevi. In realtà, il cigno di Busseto godette per tutta la vita di ottima salute, camperà fino a oltre 87 anni. In quelle situazioni di forte stress, come avvenuto anche successivamente con l’Attila, Verdi veniva colpito da febbre e altri acciacchi che lo bloccavano a letto: si trattava forse di una paura inconscia di non riuscire a ultimare il lavoro?

    Lo stesso Flauto consigliò il clima frizzante di Napoli come rimedio per la guarigione, provocando però soltanto attriti. In più, ci fu il caso relativo a Eugenia Tadolini. È questo il nome del soprano scelto da Verdi per l’Alzira, ma in quel 1845 essa era indisponibile per una gravidanza tardiva. Il 12 agosto del 1845, comunque, l’opera fu finalmente pronta per la sua prima partenopea. La Tadolini era stata scritturata, così come Gaetano Fraschini nel ruolo di Zamoro e Filippo Coletti in quello di Gusmano. Capire come andò esattamente quella prima serata è un po’ complicato, c’è chi parla di entusiasmo e chi di critiche e burrasche. La critica non fu tenera e i napoletani stessi, in gran parte sostenitori di Paisiello, partirono con il piede sbagliato. Negli altri teatri italiani, Alzira non fece presa e cadde in un oblio incredibile.

    Eppure, non è proprio un lavoro da buttare.

    La sinfonia, ad esempio, impressionò la critica sin da subito, con il suo carattere ambivalente, sia guerriero che amoroso; anche i finali dei due atti sono da menzionare, in particolare il secondo, un crescendo di sentimenti e di drammaticità davvero riuscito, nonostante il pentimento in punto di morte di Gusmano sia un po’ forzato e inspiegabile. È forse la brevità la pecca di quest’opera: appena un prologo e due atti, forse Verdi, nel pieno dei suoi “anni di galera”, intendeva sbrigare la pratica in tempi rapidi e il poco spazio concesso ai pezzi chiusi sconcertò immediatamente il pubblico napoletano. Qualche riproposizione non guasterebbe, almeno per far conoscere a tutti un passaggio necessario della maturazione verdiana.

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