C’è poco da girarci intorno, per molti Gluck è semplicemente il “tizio” citato da Adriano Celentano in una delle sue canzoni più famose. Molleggiato a parte, il buon Cristoforo Villibaldo ha lasciato una traccia non indifferente nel mondo della musica ed è un bene che il Teatro dell’Opera di Roma abbia deciso di rispolverare un suo titolo che si rischiava quasi di dimenticare. Gluck non è soltanto “Orfeo ed Euridice”, ma anche altro, come ben testimoniato da “Alceste”. Se non altro è un’opera dal lieto fine, un dettaglio quasi insolito per le storie ambientate nell’Antica Grecia, nella maggior parte dei casi all’insegna del “mai ‘na gioia”. Ho assistito alla recita di domenica 9 ottobre 2022 di questa “tragedia in musica” e questa è la recensione che mi ha ispirato.
C’è da apprezzare sicuramente il coraggio di rendere meno monotoni i cartelloni stagionali. I turisti stranieri che si sono ritrovati nella Capitale ad approfittare delle tipiche ottobrate, si sarebbero magari aspettati una “Traviata” o “Aida”, invece si sono dovuti (diciamo così) accontentare. L’opera seria di Gluck mancava in questa piazza da ben 55 anni. Era il marzo del 1967, un simpatico gruppo che poi sarebbe diventato discretamente famoso come i Pink Floyd pubblicava il suo primo singolo, Aldo Moro era saldamente alla guida del nostro governo e la mitica Leyla Gencer impersonava Alceste. Sembra passata un’eternità, anzi si può togliere quel “senza” tranquillamente.
La trama è presto detta. Re Admeto è vicino alla morte, ma la moglie Alceste non ci sta. Il popolo è angosciato come neanche è successo in Italia dopo l’ennesima eliminazione dai Mondiali di calcio. La protagonista del titolo si offre ad Apollo per salvare il marito e morire lei stessa, lo scambio funziona, ma inspiegabilmente Admeto si arrabbia come una biscia. A togliere le castagne dal fuoco ci pensa Ercole che scende nell’Ade e impedisce che la regina muoia. Per ricostruire l’Antica Grecia, il Teatro Costanzi si è affidato a un proprio allestimento ricavato da una produzione della Bayerische Staatsoper.
Sidi Larbi Schachte ha avuto il merito di curare sia la regia che la coreografia, accompagnando i lunghi momenti di sola musica con i bravi allievi della scuola di danza dell’Opera di Roma. Grande dinamicità, movimenti di mani che farebbero invidia a qualsiasi pizzaiolo di San Giorgio a Cremano (onde evitare equivoci, è un complimento!) e alcuni passaggi dell’opera che rischiavano di andare persi sono filati via lisci senza problemi. Le grandi scenografie grigie e un po’ cupe, decisamente moderne e geometriche, hanno fatto il resto, senza però aggiungere altro al racconto.
Che dire dei cantanti? Marina Viotti ha impersonato con grande maestria il ruolo del titolo: il timbro gradevole e il fraseggiato ben scandito sono stati accompagnati da una prova attoriale di grande livello, altro che le comparse esagitate e melodrammatiche di Forum! Juan Francisco Gatell è un tenore leggero e avrebbe potuto far storcere il naso la sua scelta per il ruolo di Admeto, ma il canto è risuonato in maniera omogenea e adeguatamente dolorosa, risultando insopportabile quando si lamentava con la moglie per essersi sacrificata, il che significa che ha colto nel segno.
Luca Tittoto si è ben disimpegnato nel doppio ruolo di Grand Prêtre, austero e impressionante, ed Hercules, simpatico e non palestrato (una manna per tutti coloro che hanno la pancia un po’ troppo pronunciata). Il cast è stato completato dal corretto Évandre di Patrik Reiter, dal versatile e preciso Roberto Lorenzi che ha impersonato il Dieu infernal e l’Oracle, e da Pietro Di Bianco che ha vestito con sicurezza i panni di Apollon e Hérault d’armes. I Corifei Carolina Varela, Angela Nicoli, Michael Alfonsi e Leo Paul Chiarot hanno ulteriormente impreziosito il cast vocale. Il tipico dilemma che lo spettatore si pone quando entra il direttore d’orchestra (sarà ferro o piuma?) è stato risolto da Gianluca Capuano con lo stesso atteggiamento di Mario Brega in “Bianco, rosso e verdone”. La sua bacchetta è stata una piuma delicata, evitando eccessiva drammaticità e privilegiando sfumature ed equilibrio, un buon riferimento per l’orchestra del Costanzi. Ben amalgamato nel contesto narrativo, infine, è stato il coro dell’Opera di Roma, guidato da Roberto Gabbiani.
TEATRO DELL’OPERA DI ROMA - STAGIONE 2021-2022
ALCESTE
Opera tragica in 3 atti
Libretto di Ranieri de’ Calzabigi
Musica di Christoph Willibald Gluck
Direttore Gianluca Capuano
Regia e coreografia Sidi Larbi Cherkaoui
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Scene Henrik Ahr
Costumi Jan-Jan Van Essche
Luci Michael Bauer
Drammaturgia Benedikt Stampfli
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Eastman, Anversa
con la partecipazione degli Allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma da una produzione della Bayerische Staatsoper
PERSONAGGI E INTERPRETI
ALCESTE Marina Viotti
ADMETE Juan Francisco Gatell
EVANDRE Patrik Reiter
LE GRAND PRETRE/HERCULE Luca Trittoto
APOLLON/UN HERAULT D’ARMES Pietro Di Bianco
UN DIEU INFERNAL/L’ORACLE Roberto Lorenzi
CORYPHEES Carolina Varela, Angela Nicoli, Michael Alfonsi, Leo Paul Chiarot
Foto di Fabrizio Sansoni


